Introduzione al Teatro Sociale

sediolina 

"I nostri teatri ufficiali perpetuano, alimentati da denaro pubblico, un modello di rappresentazione che è quello del teatro di regia, già specchio di comportamenti, valori e asfittiche aspirazioni della borghesia europea tra Otto e Novecento.

La così detta ricerca, percorre strade già percorse, di cui però non è consapevole.

E la gente non va più a teatro.

Eppure grandi eventi teatrali riempiono i cartelloni delle metropoli.

Finito l'impeto didatticista e pedagogico dell'immediato dopoguerra, rimane oggi l'estetismo di un teatro all'inseguimento di fantasmi personali, esasperante come non mai quel diabolico meccanismo della delega che è la causa principale della distanza che il teatro museale, cimiteriale e agonizzante di oggi pone tra sè e la società reale.

Il teatro, il rito di una società che cercava attraverso di esso di inverarsi e quindi di trasformarsi accettando i progressivi e inevitabili cambiamenti del tempo, delle relazioni e degli assetti via via istituzionalizzati, non esiste più, almeno nei luoghi deputati.

Anche le feste, i momenti orgiastici del cambiamento gruppale, tendono a essere sempre più incasellate nella categoria del folklorico e guardate con quel disprezzo che solo chi si arroga il diritto di definirsi artista del teatro professionistico riesce così bene a manifestare, provocando quei “complessi di inferiorità” che nel teatro sono la causa della progressiva omologazione di tutti i centri e dei soggetti.

Ma l’esperienza teatrale è ben altro: è un corpo in relazione performativa con altri corpi, è corpo che assume, crea e trasforma linguaggi, è gratuità di rappresentazione di sé entro un perimetro circoscritto e riconosciuto, è domanda sul senso dell’esserci e dell’essere in una particolare situazione.

Se non si guarda a tale dimensione esistenziale della teatralità diffusa non si comprende il motivo che oggi spinge persone di estrazione sociale disparata, di varia età, di provenienze le più diverse, a desiderare di “fare” teatro piuttosto che ad “andare” a teatro.

La necessità del teatro non è un fattore estrinseco rispetto alla corporeità dell’uomo, ma una conseguenza del suo statuto: esattamente come non si può vivere senza mangiare, non si ha vera qualità della vita senza che i meccanismi della rappresentazione – che sottendono ai processi cognitivi, affettivi e relazionali – vengano alimentati dall’esperienza.

Il teatro è questo alimento, luogo del ritrovamento di sé, della propria storia, della propria dimensione di soggetto e del proprio ruolo all’interno del mondo che abitiamo.

Nuove professionalità e nuove tecniche sono necessarie per questo percorso così delicato che ha a che fare con la vita delle persone, col loro cuore e coi loro affetti.

Nuovi operatori, in grado di essere presenti e di creare presenza.”

 

Da Introduzione al Teatro Sociale _di Alessandro Pontremoli

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